Perché una scuola per operatori dell’accoglienza

Luigi Monti
Illustrazione di Andrea Bruno
Illustrazione di Andrea Bruno

La cosiddetta “crisi dei rifugiati”

Prendiamola larga, almeno geograficamente parlando. Pezzi di mondo sempre più vasti si stanno mettendo in movimento. Lo fanno perché inseguiti dalla guerra, dalla miseria, da regimi dittatoriali, da guerre civili devastanti. Lo fanno perché spinti dalla ricerca di condizioni di vita migliori. Lo fanno, a volte, per puro spirito di avventura. Pezzi di mondo che, sommati tra di loro, fanno 65milioni di persone, secondo l’agenzia Onu per i rifugiati. Oltre 15milioni solo negli ultimi tre anni (questo, più che il primo, è un dato che dovrebbe impensierire).

Di tutto questo sommovimento, una piccola parte arriva in Europa: 1milione di persone in uno degli anni di maggiore “crisi”, il 2015. Non si tratta di cifre che dovrebbero impensierire. Non per ora. Perché allora un fenomeno tutto sommato circoscritto sembra essere diventato un problema insormontabile?

Una retorica che ha sempre più facile presa nell’opinione delle persone confonde le cause con le conseguenze: immigrati e richiedenti asilo sono la causa principale dei nostri problemi. Quando semmai è vero il contrario: i problemi, tutti interni, che contraddistinguono la vita politica, culturale e sociale dell’Europa di questi ultimi anni trasformano la “questione immigrazione” in un nodo apparentemente irrisolvibile. Senza girarci troppo intorno, l’Europa non troverà risposte efficaci al problema dei cosiddetti profughi fino a quando non rinuncerà alle politiche che negano “l’accoglienza” – casa, lavoro, reddito e sicurezza – a una fetta sempre più consistente dei propri cittadini. Chi è “sradicato” tende a sradicare, scriveva Simone Weil. Ed è quello che stiamo facendo con le persone che da mezzo mondo arrivano in Europa per tentare di rifarsi una vita.

Se a questo aggiungiamo l’irrazionalità tutta italiana del “sistema di accoglienza” è facile comprendere perché la cosiddetta crisi dei rifugiati è la questione che rischia di assestare i colpi più pesanti alla fragile tenuta sociale dei nostri territori, nonché alla coesione politica dell’intero continente.

 

Chi sono gli operatori dell’accoglienza

In questo quadro di disordine e confusione, sempre più persone operano, per professione o per attivismo, al fianco di immigrati e richiedenti asilo: educatori e coordinatori di cooperative, mediatori culturali, insegnanti di italiano, volontari, psicologi.

La tendenza del sistema italiano dell’accoglienza è quella di ritagliare da questo bacino, ma soprattutto dai giovani e dalle giovani non ancora occupate, figure professionali specializzate. Qualcuno inizia a chiamarli “tecnici dell’accoglienza” e a costruire per loro master e corsi di specializzazione. Quello che si sta profilando è un sistema che si reggerà sempre più su operatori che nei prossimi anni si occuperanno esclusivamente dell’iter della domanda di asilo e di quel ginepraio giuridico-assistenziale che è diventato il periodo di accoglienza obbligatoria. Esperti del sistema di accoglienza (più che delle persone che nel sistema transitano) che con il loro lavoro saranno chiamati a far girare la macchina, a contenere il rischio che la fabbrica dell’accoglienza si inceppi o che rallenti la sua produzione di rifugiati e diniegati…

Non è di figure professionali nuove che abbiamo bisogno, ma di informazioni, modelli di intervento, quadri culturali di riferimento che orientino il lavoro di chi si trova a intervenire nel disordine con cui l’Italia e l’Europa gestiscono il flusso delle migrazioni forzate in questi ultimi anni.

 

Luci e ombre

La risposta che abbiamo avuto alla prima edizione de “Le strade del mondo” è stata piuttosto inaspettata: oltre duecento domande di iscrizione per un programma di tre giorni, poco pubblicizzato, senza grandi nomi di richiamo e senza crediti formativi. Le domande provenivano per la maggior parte da donne, neolaureate o laureate da pochi anni, in molti casi con titoli di alta specializzazione come master e dottorati, uscite per lo più da scienze politiche, antropologia, scienze sociali, psicologia e che già lavoravano nell’accoglienza. In molti casi con spinte ideali e politiche molto marcate.

Se da una parte ci auguriamo che un’adesione tanto numerosa sia segno che la proposta rispondeva a un bisogno di conoscenza diffuso, dall’altra è stata la conferma di alcune impressioni che già avevamo e che contengono anche alcune zone d’ombra:

  1. nel discorso corrente e nell’organizzazione del welfare, l’accoglienza ai profughi sembra essere diventata “il sociale” tout court, quasi che tutti gli altri nodi sociali – casa, lavoro, reddito, accesso ai servizi, nidi, scuola, ecc. – improvvisamente non esistessero più;
  2. quello dell’accoglienza è uno dei pochissimi settori del mercato del lavoro sociale in cui qualcosa ancora si muove e in particolare sembra essere diventato, almeno in alcune aree del paese, uno dei principali bacini di lavoro (per quanto precario e sottoposto a condizioni contrattuali non sempre dignitose) per disoccupati e disoccupate intellettuali;
  3. si sta costruendo una figura professionale che qualcuno inizia già a chiamare “tecnico dell’accoglienza” e che, estremizzando, sarebbe meglio non esistesse.

Se un’operazione culturale va tentata con forza, è proprio quella di sottoporre a critica il profilo dell’operatore dell’accoglienza per come si sta definendo. Non abbiamo bisogno di “tecnici” o di “esperti”. Abbiamo bisogno di operatori (nel senso di gente “che opera”, che sa tenere insieme le mani e la testa) autonomi, critici, capaci di muoversi nei territori, di intessere relazioni, di attivare le persone e aiutarle a “fare da sé”, di lavorare nell’ottica di quello che un tempo si chiamava “sviluppo di comunità”. E capaci soprattutto di assumersi la propria parte di conflitto: nei confronti dei propri coordinatori, degli amministratori dei territori in cui operano, dei propri assistiti, dei propri concittadini.

 

Dalle politiche migratorie all’accoglienza

Stiamo compiendo evidenti passi indietro sul fronte della convivenza interculturale. Ogni intervento finalizzato a un’integrazione reale e non solo di facciata degli uomini e delle donne che giungono in Italia dai quattro angoli della terra è sempre più complesso.

È complesso perché è innegabilmente difficile, e lo è sempre stato, convivere e interagire con chi ha abitudini, lingua, religione, stile di vita e visioni del mondo molto diversi. Ma è complesso prima di tutto perché la fabbrica dell’accoglienza è diventato il principale e quasi unico terreno di confronto tra italiani e nuovi migranti, un filtro deformante, dai tratti sempre più “pedagogici”, che falsa i rapporti e impedisce o complica terribilmente ogni incontro reale, spontaneo, non mediato, tra italiani e stranieri.

Sarà importante, anche all’interno delle prossime iniziative delle “Strade del mondo” indagare i processi che dal 2011 a oggi hanno portato a questo lento e graduale scivolamento dal politico al pedagogico. Dalle politiche migratorie, ovvero quell’insieme di norme che regolano, magari male, gli spostamenti delle persone attraverso le frontiere e le condizioni della loro permanenza sul nostro territorio, all’accoglienza ai profughi, un dispositivo basato in gran parte su discorsi, figure professionali e pratiche di natura appunto pedagogica.

 

Quello che succede qui

All’interno dell’enorme questione delle migrazioni forzate, il taglio che stiamo dando alla nostra proposta di ricerca e formazione è su quanto succede qui. Sulla complessa relazione che si genera tra persone che emigrano e comunità che accolgono. Certo, per intervenire qui, per avere a che fare con le persone che arrivano, è necessario farsi almeno un’idea di cosa succede , delle ragioni e delle condizioni che li spingono a partire. Per questo abbiamo dato ampio spazio a una sessione – Finestre sul mondo – dedicata a tre dei paesi da cui provengono, in questi ultimi anni, la maggior parte degli immigrati che fanno domanda di protezione in Italia: Nigeria, Bangladesh e Afghanistan.

Ma quello che più di tutto ci interessa sono i conflitti, le opportunità, le dinamiche – interpersonali, pedagogiche, sociali, politiche e culturali – che sostanziano l’incontro tra coloro che lasciano la propria terra e i territori che li ospitano.

Quello che succede nelle nostre città e nei nostri paesi, nell’incontro tra chi scappa e chi ospita, anche quando appare una questione secondaria, quasi localistica, non è meno importante delle cause geopolitiche, economiche e sociali che determinano i viaggi. Non è meno importante per una serie di ragioni: perché quello che succede qui, influisce più o meno direttamente anche sulle dinamiche degli spostamenti; perché subito dopo la morte nei viaggi, la cosa che mi sembra più insopportabile è lo spreco di umanità che un’accoglienza mal fatta determina tanto negli assistiti quanto negli assistenti; e infine perché in quello che succede qui abbiamo tutti, operatori compresi, la possibilità di intervenire, incidere, provare a cambiare l’ordine delle cose.

 

Dentro al disordine

Ancora prima di incontrarli, attraverso un breve questionario, abbiamo chiesto ai corsisti di indicare i principali problemi che si trovano ad affrontare nel loro lavoro con gli immigrati. Dalle risposte emerse e dagli scambi avuti durante le giornate di formazione, si può dire che quello che succede qui è caratterizzato principalmente da irrazionalità, da un certo grado di scollamento dalla realtà e dal disordine, più che da razzismo, discriminazione e nuovi fascismi. Un disordine di natura politica e giuridica (i tempi estenuanti delle burocrazie; la richiesta di protezione internazionale come unica via di accesso legale all’Italia; l’alta percentuale di dinieghi e il terremoto sociale che rischia di provocare nei prossimi mesi). Un disordine nell’organizzazione del lavoro sociale (i meccanismi con cui viene appaltata la gestione dei richiedenti asilo; l’assenza delle piccole organizzazioni che conoscono i territori, ma che non possono reggere la concorrenza delle grandi cooperative; la diffidenza e il sospetto reciproco di enti gestori, pubbliche amministrazioni, terzo settore e società civile…). Ma un disordine anche e soprattutto “pedagogico” (la trasformazione della figura dell’educatore in controllore e giudice morale; l’approccio paternalista e il sistema di premi e punizioni che nel disordine diventa in fretta la principale modalità di relazione tra assistiti e assistenti; il grado di finzione a cui molte volte costringe l’iter della richiesta d’asilo; l’assistenzialismo; i processi di istituzionalizzazione, molto simili, in alcuni casi, a quelli delle istituzioni totali). Da questo elenco di contraddizioni, parziale e provvisorio, trarremo le idee per i prossimi appuntamenti.

 

Fuori non c’è nessuno

Nessuno può dirsi estraneo a questo disordine. Dentro al disordine, oggi, c’è prima di tutto la politica, quella che stabilisce, quasi sempre in chiave emergenziale e con scopi di controllo sociale, il quadro normativo. Dentro al disordine c’è chi traduce operativamente quel quadro: le prefetture, le questure, le amministrazioni locali, gli enti gestori. Dentro al disordine ci sono di conseguenza gli operatori che in queste organizzazioni lavorano. Ma dentro al disordine ci sono, inutile negarlo, anche gli attivisti, i volontari, i militanti, quelli che in alcuni casi vorrebbero “chiamarsi fuori”, ma che nel momento in cui hanno relazioni con migranti e richiedenti asilo, con il disordine devono confrontarsi e spesso scendere a patti. La possibilità di sfangarsi dal pantano in cui siamo finiti passa soprattutto da una collaborazione nuova, franca, quando necessario conflittuale, tra tutti costoro. Tra tutti noi.

Con “Le strade del mondo” non ci illudiamo di portare ordine all’interno di questo disordine. Ma solo di imparare a starci dentro con un po’ più di intelligenza, libertà di sguardo, ironia, senso di giustizia e piacere della sfida.

Note biografiche

Luigi Monti (cinnozobel@gmail.com) insegna italiano attraverso una piccola associazione di promozione sociale, “Giunchiglia-11”, nella scuola di italiano per stranieri “Frisoun” del Comune di Nonantola. Insieme a Fondazione Villa Emma e Asgi, collabora all’organizzazione della scuola di formazione per operatori dell’accoglienza “Le strade del mondo”. È redattore della rivista di educazione e intervento sociale “Gli asini”.