Dinamiche della memoria

Simona Bezzi

Il tempo trascorso dal salvataggio dei ragazzi ebrei rifugiati a Villa Emma ha visto avvicendarsi segni e progetti che hanno contribuito ad orientare la costruzione, debole e tardiva, della memoria pubblica di quell’evento. La più decisa sollecitazione a ricordare giunse dai salvati, con il riconoscimento tributato da Israele nel 1964 ai due “Giusti”, Giuseppe Moreali e don Arrigo Beccari. Ma perché sono dovuti passare più di 70 anni prima che si concretizzasse l’intenzione di dare un luogo a questa storia? Per trovare una risposta occorre interrogarsi sul “contesto Nonantola”, con la sua complessa esperienza di Partecipanza agraria e un’eredità secolare di usi accoglienti, che vanno dall’ospitalità dei pellegrini medievali fino all’asilo dei profughi nel nostro presente.

La costruzione della memoria della vicenda di Villa Emma dal dopoguerra agli anni Novanta

Il tempo trascorso dalla vicenda dei ragazzi ebrei salvati a Nonantola è stato scandito da alcuni segni e progetti che hanno orientato la costruzione della memoria dell’evento. Nell’immediato dopoguerra il ricordo dei fatti era rimasto ancora relegato alla sfera privata. Tra le famiglie nonantolane coinvolte nel salvataggio e i salvati si erano riallacciati in alcuni casi dei rapporti epistolari, sia per motivi d’affetto che per ragioni pratiche, come per il recupero di oggetti lasciati in custodia o per la certificazione della permanenza dei profughi ebrei a Nonantola. Tuttavia, in quel periodo, non si delineò alcuna rappresentazione pubblica dell’evento. Gli anni che seguirono la fine del conflitto mondiale assistevano – qui come altrove in Italia – al prevalere di una narrazione pubblica rivolta a celebrare la Resistenza armata, mentre l’episodio dei ragazzi di Villa Emma – verificatosi a ridosso dell’8 settembre 1943 – appariva forse marginale e sfuocato a chi si era dovuto confrontare successivamente con le più dure esperienze della guerra e della repressione antipartigiana (ad esempio con l’eccidio di Navicello, a poca distanza dal paese, dell’8 marzo 1945).

La storia dei ragazzi di Villa Emma iniziò ad emergere solo nei primi anni Sessanta, complici due fatti significativi che la portarono all’attenzione di un pubblico più vasto.

  • Nel 1960 uscì il libro di Ilva Vaccari, Villa Emma. Un episodio agli albori della Resistenza modenese, pubblicato nella collana Quaderni dell’Istituto storico della Resistenza di Modena. Scritto, a detta dell’autrice, su sollecitazione di amici nonantolani, ebbe il merito non secondario di iniziare a parlare della vicenda come di un episodio di “resistenza senza armi”; non si evocava ancora la categoria di resistenza civile – che avrebbe trovato fortuna e legittimazione ben più avanti – ma si focalizzava il dato che l’aiuto ai ragazzi ebrei, in quanto perseguitati dal regime, aveva esposto i nonantolani ad un pericolo e si configurava, appunto, come forma di resistenza.

  • Nel 1964 lo Stato di Israele conferì l’onorificenza di “Giusto tra le Nazioni” ai due principali protagonisti della nostra storia: il medico Giuseppe Moreali e il sacerdote Don Arrigo Beccari. La Commissione dei Giusti era stata istituita presso Yad Vashem nel 1963 e, solo un anno dopo, Josef Indig – educatore e accompagnatore dei ragazzi nella loro fuga verso la Palestina durante la guerra – arrivò a Nonantola per comunicare la notizia dell’onorificenza a Moreali e Don Beccari, anticipando il loro viaggio in Israele. Tale riconoscimento “immediato” testimonia certamente l’impegno di Indig e dei yaldei di Villa Emma (i figli di Villa Emma, dal titolo originale del diario di Indig, pubblicato in Italia nel 2004 con il titolo Anni in fuga) nel rendere merito e riconoscenza all’impegno dei nonantolani. Nella stessa occasione la storia – insolita perché positiva – trovò una momentanea notorietà anche fuori dal contesto locale, guadagnandosi articoli su rotocalchi popolari come “Gente” e “Oggi”.
    La celebrità rimase tuttavia passeggera e non innescò alcuna spinta alla rappresentazione pubblica dell’evento, anzi, dai racconti dei testimoni emerge perfino un certo stupore per l’arrivo di Indig e per il conferimento dell’onorificenza.

Gli anni Settanta furono segnati dalla pubblicazione di alcuni volumi di memorie e ricostruzioni storiche da parte dei protagonisti, oltre che dalla significativa esperienza di Don Gianni Gilli, che girò un film dedicato ai ragazzi, I giorni di Villa Emma, con il coinvolgimento delle locali scuole elementari e medie (1978).

Si sarebbe tuttavia dovuto attendere fino agli anni Ottanta per iniziare a scorgere le prime pietre della rappresentazione pubblica della vicenda dei ragazzi. In occasione del 40° anniversario della lotta di Liberazione, infatti, venne realizzato un monumento alla Resistenza nell’omonimo parco. Secondo una tipologia piuttosto in voga in quegli anni, alcune formelle in bronzo illustrano episodi della resistenza locale e tra esse trova spazio anche la storia dei ragazzi di Villa Emma. Nello stesso anno (1985) venne collocata anche una lapide commemorativa in Via Di Vittorio, in corrispondenza dell’attuale accesso a Villa Emma.
Il 1989, infine, costituì un passaggio importante per la divulgazione della vicenda presso il pubblico dei lettori e degli studenti, perché vide la luce (insieme a un’edizione scolastica) il romanzo I ragazzi di Villa Emma, di Giuseppe Pederiali, originario di Finale Emilia, che ancora oggi rappresenta – in virtù della fortuna incontrata – uno dei principali strumenti di conoscenza della storia.

Furono, però, gli anni Novanta a costituire il vero punto di svolta nella costruzione della memoria pubblica. Complici l’inizio della felice stagione di studi sulla Resistenza civile, inaugurata nel 1989 dal libro di Jacques Sémelin (Sans armes face à Hitler. La Résistance civile en Europe: 1939-1943, edito in Italia nel 1993), e la fioritura di pubblicazioni che accompagnarono il 50° anniversario della Liberazione, aumentò anche l’interesse verso la storia dei ragazzi ebrei di Villa Emma.
Nel 1995 una delegazione del Comune di Nonantola si recò in Israele e, da quel momento, si fecero più frequenti le relazioni tra i due luoghi e le due comunità: viaggi, contatti ritrovati o ristabiliti, onorificenze conferite ai cittadini nonantolani.
Il 1996 fu l’anno del ritorno ufficiale dei ragazzi, invitati dal Comune di Nonantola, e della simbolica posa della prima pietra del Centro per la pace e l’intercultura Villa Emma, che il Sindaco dell’epoca, Stefano Vaccari, aveva immaginato come “una moderna casa delle culture e delle religioni”. Un’idea accompagnata da un progetto architettonico ambizioso che avrebbe dovuto interessare un’area – denominata Prato Galli – di proprietà comunale (oggi della Fondazione Villa Emma) antistante Villa Emma, sulla quale sorgono due casali.

Il progetto di Centro per la pace e l’intercultura

Il Centro per la pace e l’intercultura Villa Emma si proponeva come una “casa” all’interno della quale avrebbero dovuto trovare spazio funzioni e vocazioni differenti.
Il dato curioso è che mentre si prestava attenzione ai temi della ricerca storica, della documentazione e della formazione, trovava poco risalto il racconto della vicenda dei ragazzi. La “funzione allestimento” veniva interpretata come secondaria e limitata ad un piccolo spazio, del quale non erano mai dichiarati funzione e principi ispiratori.
I due aspetti che in seguito vennero maggiormente valorizzati furono quelli della ricostruzione storica, con la ricerca di Klaus Voigt (Villa Emma. Ragazzi ebrei in fuga. 1940-1945, La Nuova Italia, Firenze 2002), e della documentazione, con la nascita di un primo nucleo documentario che progressivamente costituirà il Fondo Villa Emma nell’Archivio storico comunale.
Dentro questa “casa”, il cui progetto non sarebbe però mai passato alla fase realizzativa, doveva trovar spazio anche il Centro di accoglienza del Comune di Nonantola, un’esperienza pionieristica (come molte nella Nonantola di quegli anni, documentate nel volume del sociologo Sergio De la Pierre, Il racconto di Nonantola, Unicopli, Milano 2004) nata nel 1989 e fortemente incardinata sulle pratiche di integrazione.

Un possibile luogo per la storia dei salvati di Villa Emma Da dove nasce la tensione passato-presente con l’idea di costruire un luogo che, richiamando la vicenda storica dei ragazzi di Villa Emma, ne attualizzi i principi ispiratori?
Da più parti si riconduce questa intenzionalità a ciò che potremmo rapidamente definire il contesto Nonantola: un sentire comune fatto di tensione progettuale e ascolto delle parzialità, che si traduce in un forte impulso alla partecipazione, per alcuni risalente alla presenza storica e comunitaria della Partecipanza agraria. La complessa esperienza della Partecipanza è intessuta di orgoglio per l’indipendenza legata al possesso dei fondi, di condivisione delle responsabilità, di solidarietà funzionale, secondo il principio enfiteutico che lega il possesso della terra al suo miglioramento.
Certo, vista sul lungo periodo, la storia di Nonantola ci parla di una terra di accoglienza, che dall’ospitalità ai ragazzi di Villa Emma passa all’accoglienza dei reduci dai campi di concentramento nell’immediato dopoguerra, all’accoglienza dei bambini poveri delle città meridionali, dell’Appennino modenese e del Polesine alluvionato (anni ’50-’60), fino agli innovativi progetti per l’integrazione degli stranieri (tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio anni ‘90). Questa eredità oggi si riflette ancora in una grande partecipazione alla vita associativa e alle esperienze di volontariato, attente ai temi della pace e della solidarietà.

Tra la prima pietra del Centro per la pace e l’intercultura (1996) e la nascita della Fondazione Villa Emma segnaliamo altri dati:

  • 1998: prende forma il primo “Sentiero della memoria”, un progetto che ambisce a mettere in rete i luoghi di memoria della provincia di Modena (Villa Emma, il Campo di Fossoli, il Museo di Montefiorino, ecc.);

  • 2001: si realizza la Mostra I ragazzi ebrei di Villa Emma a Nonantola: 1942-1943, a cura di Klaus Voigt e Ombretta Piccinini;

  • 2001: viene inaugurato ad Haifa un giardino con 100 alberi, dedicato all’atto di solidarietà della popolazione di Nonantola;

  • 2002: pubblicazione della ricerca storica di Klaus Voigt e del Quaderno didattico Tutti salvi (a cura di Monica Debbia e Marzia Luppi);

  • 2003: viene ritrovata parte della biblioteca che supportava lo studio dei ragazzi di Villa Emma (83 volumi, circa un decimo del totale);

  • 2004: nasce la Fondazione Villa Emma.

A questo punto, per cominciare a riflettere sulla possibilità della costruzione, oggi, di un memoriale dei ragazzi ebrei salvati a Nonantola, è opportuno porsi una domanda: cos’ha impedito la realizzazione del Centro per la pace e l’intercultura?
Certamente ha pesato negativamente l’esperienza concorsuale del 1997, che non ha fatto seguire, all’ambizioso approccio progettuale premiato, una efficace spinta nel reperimento delle risorse e nella identificazione di concrete opportunità per operare. Un dato ci sembra interessante: le relazioni di progetto dell’epoca collegano il fallimento dell’opera, tra altre cause, all’incapacità di supportare la parte legata alla contemporaneità con un solido approccio scientifico.

La Fondazione Villa Emma, ereditando nel proprio statuto i principi ispiratori del Centro per la pace e l’intercultura, ha puntato prioritariamente su ricerca e progettazione culturale, aggregando un solido gruppo di collaboratori che negli anni ha dato vita all’esperienza de “Le strade del Mondo”, un seminario residenziale di formazione che ha prodotto numerose occasioni di incontro e riflessione sui teatri di guerra del presente, indagando non solo le cause che generano i conflitti, ma soprattutto il versante di chi resiste, riannodando il dialogo tra le diversità e il tessuto civile delle comunità. Una pubblicazione della Casa editrice Il Mulino offre ulteriore risalto a questa prospettiva di studio.

Probabilmente, a 20 anni da quel primo progetto, sono maturate le condizioni per creare un luogo dove la rappresentazione della vicenda storica dei ragazzi di Villa Emma trovi dimora, e nel quale sia possibile coniugare la memoria dell’evento con la realtà di soggetti e associazioni che agiscono nello stesso territorio, sperimentando pratiche innovative di azione solidale e lavoro sociale.

Alcuni fattori rendono forse possibile, oggi, tale prospettiva:

  • la necessità di elaborare una riflessione che, partendo dal nostro presente e dalle sue contraddizioni, faccia capo – sulla scorta di precise opzioni culturali ed etiche – ad una fase di passaggio segnata dal tramonto delle generazioni che hanno vissuto la Seconda guerra mondiale, scenario nel quale Nonantola ha saputo scegliere, contrastando la barbarie con la forza della solidarietà;

  • la collocazione di Nonantola in un definito sistema di luoghi della memoria, del quale si erano già intuite le potenzialità nel 1998, e che consentirebbe di collegarsi a realtà già strutturate: Campo di Fossoli, Museo di Montefiorino, Istituto Alcide Cervi, ecc.;

  • lo sviluppo crescente di quel settore del turismo culturale e ambientale noto come heritage tourism (turismo del patrimonio), espressione nella quale il temine turismo non assume unicamente una connotazione commerciale, ma rimanda a un insieme di relazioni supportate da una puntuale offerta culturale e formativa.

Rispetto al progetto del 1996 la proposta su cui oggi stiamo riflettendo intende dare certamente più spazio al racconto della vicenda storica dei ragazzi di Villa Emma, ampliando la narrazione al contesto europeo e valorizzandone le peculiarità; in tal senso Nonantola potrebbe costituirsi – nel paesaggio memoriale che si va configurando – come emblematico punto di riferimento nella pagina del salvataggio degli ebrei.
Non vogliamo però perdere di vista la specificità locale, nonché l’unicità e la dimensione solitaria di questa storia nella scena che segue l’8 settembre 1943; essa riguarda persone venute da lontano ma è profondamente legata al contesto che l’ha resa possibile; occorre dunque preservarla dalla corrosione di quella “retorica del bene” che si nutre di una presunta bonomia e umanità degli italiani. Il nostro progetto dovrà necessariamente strutturarsi a partire dall’assenza del luogo per eccellenza: Villa Emma è oggi di proprietà privata e, dopo un importante restauro, è totalmente diversa dal riparo che si offrì al gruppo arrivato nel 1942.

Da queste considerazioni si comprende bene l’importanza di un dispositivo memoriale attento a ricreare il gioco di sguardi tra la comunità che accoglie e la comunità che arriva, tra lo ‘spazio’ attorno alla Villa e quello del paese, immaginando un allestimento che insista su più luoghi e valorizzando soprattutto lo spazio immateriale della relazione tra i due gruppi.