E se non fosse un museo?

Elena Pirazzoli

Come altri casi di accoglienza e salvezza all’interno di un evento traumatico, la vicenda di Villa Emma non è stata oggetto di un’attenzione memoriale. Se ricordare ciò che è terribile appare necessario, la memoria del bene compiuto sembra sciogliersi negli aspetti fluidi dell’esistenza, quelli che non necessitano di essere fermati, commemorati. Tuttavia, a partire dagli anni Duemila, sono stati realizzati alcuni progetti attorno a particolari episodi di protezione e salvataggio: spazi, musei, lieux de mémoire che intendono raccontare scelte di singoli o di intere comunità.

Musei della memoria La vicenda dei ragazzi di Villa Emma può essere raccontata da un “museo della memoria”? È questa la forma più adeguata alla storia?
Negli ultimi decenni del Novecento, i Memorial Museums hanno iniziato a diffondersi capillarmente per rendere memoria di eventi traumatici avvenuti nel corso di quel doloroso secolo: dall’Hiroshima Peace Memorial Museum (1955) alla Maison des Esclaves del Senegal (1978), dal National Chernobyl Museum (1992) ai musei di Phnom Penh sul genocidio cambogiano (1980), dai memoriali per i desaparecidos argentini (1992-1997-2001-2006) al District Six Museum di Cape Town (1994), dai vari musei sorti per ricordare il totalitarismo sovietico (in Lituania, Estonia, Ungheria, Russia, negli anni Novanta) ai Memoriali di Nanjing (1985) e Taipei (1997), dal Museo della Liberazione di Dhaka (1996) all’Oklahoma City National Memorial (2000), dal memoriale di Srebrenica (2003) a quelli sorti per ricordare il massacro di Tutsi in Rwanda (2004), dal memoriale della stazione di Atocha (2004) a quello per il World Trade Center (2011), e altri ancora.
Una categoria a parte, per via dei numerosi esempi che la costituiscono, è quella dei musei che ricordano la Shoah, creati sui luoghi stessi degli eventi (il primo lager a essere trasformato in museo è Auschwitz, già nel 1947) o in luoghi fortemente identitari (Yad VaShem a Gerusalemme, il cui progetto inizia nel 1953 per continuare a svilupparsi fino al 2008) o in paesi distanti dal teatro dei fatti, ma profondamente coinvolti (come nel caso dell’Holocaust Museum di Washington, istituito nel 1978 e inaugurato nel 1993).
Ma che cosa si intende per “musei della memoria”?
Paul Williams nel suo volume Memorial Museums: The Global Rush to Commemorate Atrocities (Berg, Oxford 2008) per prima cosa traccia la distinzione che corre tra questi e i monumenti commemorativi o complessi memoriali (sorti in particolare nel periodo della Grande Guerra per celebrare i caduti) e ancora segna ciò che li distingue dai musei storici (dedicati a fatti, movimenti, periodi, e concepiti come tendenzialmente neutri nella loro presentazione delle vicende). I musei della memoria, invece, vengono creati per ricordare eventi traumatici, spesso con ancora un portato molto vivo nella comunità di riferimento, dedicati a “vittime” e non più a eroi, ancorché caduti: quello che si ricorda, si commemora e si mostra è la terribile fine, il fatto stesso di essere stati oggetto della violenza. Per questo motivo, spesso questi musei assumono quasi il carattere di luoghi “sacri”: non solo spazi per allestimenti che ripercorrono le vicende, ma luoghi del ricordo e del lutto in cui generalmente vengono mostrati gli oggetti superstiti, trattati ed esposti come “reliquie”.

La memoria del bene

La vicenda di Villa Emma, analogamente ad altri casi di accoglienza, protezione e salvezza all’interno di un evento traumatico, non è stata oggetto dell’attenzione memoriale e museale rivolta invece alle vicende dall’esito tragico. Se ricordare ciò che è terribile appare necessario, la memoria del bene compiuto sembra sciogliersi negli aspetti fluidi dell’esistenza, quelli che non necessitano di essere fermati, ricordati, commemorati.
Tuttavia, in particolare a partire dagli anni Duemila, sono stati realizzati alcuni progetti attorno a particolari episodi di accoglienza e salvataggio: spazi e musei dedicati a raccontare scelte di singoli o di intere comunità.

Museum Blindenwerkstatt Otto Weidt, Berlino

Museum Blindenwerkstatt Otto Weidt, Berlino

Il Museum Blindenwerkstatt Otto Weidt è stato realizzato a Berlino in Rosenthalerstrasse 39, nelle stanze in cui durante la seconda guerra mondiale aveva sede la ditta di scope e spazzole di Otto Weidt. Con l’inasprirsi delle tensioni razziali, Weidt fece di tutto per proteggere i suoi dipendenti ebrei – molti dei quali con deficit di vista o di udito – e salvarli dalla deportazione, arrivando a ingannare la Gestapo, a falsificare documenti e perfino a nascondere un’intera famiglia, gli Horn, in una stanza segreta del suo laboratorio. Il museo, nato nel 2000 da un progetto studentesco e gestito dalla fondazione che si occupa dei memoriali della resistenza tedesca (Gedenkstätte Deutscher Widerstand), racconta la vita e la scelta di Weidt attraverso fotografie e interviste ai sopravvissuti. Nel 2006 è stato inaugurato il nuovo allestimento permanente.
www.museum-blindenwerkstatt.de

Stille Helden, Berlino

Stille Helden, Berlino

All’interno dello stesso stabile, con accesso da un’altra scala, è possibile visitare Stille Helden, un Gedenkstätte (“monumento commemorativo” nella definizione ufficiale, etimologicamente “luogo di memoria”) dedicato a coloro che hanno aiutato ebrei perseguitati tra il 1933 e il 1945, dato che sottolinea come anche sotto il regime nazista vi furono persone coraggiose, definite “eroi silenziosi”. Il memoriale è stato inaugurato il 27 ottobre 2008 e consiste in due sale dove, attraverso postazioni multimediali, oggetti, fotografie e audio, è possibile ricostruire vicende particolari di salvataggi riusciti, ma anche falliti.
www.gedenkstaette-stille-helden.de

Lieu de mémoire, Le Chambon-sur-Lignon

Lieu de mémoire, Le Chambon-sur-Lignon

A Le Chambon-sur-Lignon, località posta sull’altopiano tra i monti di Vivarais, la popolazione ospitò, nascose e salvò un numero molto alto di ebrei, in particolare bambini e ragazzi (le stime oscillano di molto fino a toccare i 5.000 casi). Guidati dai pastori locali (l’area, a seguito delle persecuzioni scatenatesi in età moderna, è antico insediamento di comunità protestati, che qui trovarono riparo), i cittadini si mobilitarono per proteggere tutti coloro che venivano perseguitati dal regime nazista e da quello di Vichy. Gli abitanti di Le Chambon sono stati riconosciuti “Giusti tra le nazioni” nel 1990 e a loro è dedicato un giardino all’interno di Yad Vashem.
Nel 2013 è stato realizzato un lieu de mémoire, d’histoire, et aussi d’éducation per ricordare questa mobilitazione, articolato in una sezione didattica (con una concatenazione di sale dove poter comprendere il contesto storico e culturale in cui è maturata l’esperienza di resistenza civile e spirituale), una sezione laboratoriale e un giardino (disegnato dal paesaggista Louis Bénech con un’opera dello scultore Paul-Armand Gette). Concepito come un padiglione vetrato dall’architetto David Fargette, lo spazio museale è stato allestito dall’Atelier des Charrons.
www.memoireduchambon.com
www.afchambon.org
www.atelier-des-charrons.fr
www.facebook.com/Atelier-David-Fargette

Museum Žanis Lipke, Riga

Museum Žanis Lipke, Riga

Il Museum Žanis Lipke di Riga è dedicato a una coppia di coniugi lettoni che salvarono più di 50 ebrei nascondendoli, a piccoli gruppi, in una cavità di circa 9 mq ricavata al di sotto del pavimento di una costruzione, e aiutandoli poi a fuggire. I Lipke sono stati riconosciuti “Giusti” nel 1977.
Nel 2014 è stato inaugurato un museo, collocato in un punto nascosto del territorio della città, corrispondente al luogo dove i Lipke avevano creato il piccolo rifugio ipogeo. L’iniziativa, privata, è stata portata avanti dai familiari dei protagonisti e da alcuni imprenditori, che hanno raccolto donazioni per la realizzazione. Il progetto, a firma dell’architetto Zaiga Gaile, riprende le forme dei ripari dei pescatori, tipici della zona, mentre al suo interno sono riprodotti ed evocati sia il nascondiglio creato dai Lipke, sia una capanna di Sukkoth (che ricorda il periodo passato dal popolo ebraico nel deserto, dopo la fuga dall’Egitto).
www.lipke.lv/en
[Zaiga Gaile] www.zgb.lv

Villa Emma, il luogo di un incontro

Tutte queste vicende mostrano come la dimensione dell’incontro sia il movente fondamentale di chi agisce per rendere possibile la salvezza. Un incontro reso possibile da fattori diversi: il superamento della paura dell’altro, il riconoscimento di una condizione di necessità, ma a volte anche solo la curiosità di conoscere qualcuno che viene da lontano.
Così accadde a Nonantola, dove l’arrivo del gruppo di ragazzi e dei loro educatori a Villa Emma generò prima curiosità, poi frequentazioni e scambi.
Per raccontare questa vicenda è necessario mettere in luce la relazione tra soggetti diversi (i ragazzi, ebrei stranieri, la loro “guida” Josef Indig, e i nonantolani, adulti e coetanei); una relazione articolata nel tempo e distribuita in una pluralità spaziale: l’arrivo alla stazione, la vita nella Villa, il seminario e le case divenute nascondigli. Inoltre, la scala territoriale su cui collocare la storia dei ragazzi di Villa Emma vede Nonantola come punto di una mappa molto ampia, che comprende la Germania, i Balcani, la Svizzera, Israele.

Cosa fare per ricordare la vicenda dei ragazzi di Villa Emma?
Cosa costruire e come? Per raccontare questa vicenda sarebbe necessario un dispositivo materiale e allo stesso tempo simbolico che narri la storia di un incontro e le possibilità innescate da questa relazione. Uno spazio che non sia un “museo della memoria”, ma piuttosto un “luogo di memoria”, riprendendo proprio la definizione di Pierre Nora: lieu de mémoire come “unità significativa, d’ordine materiale o ideale, che la volontà degli uomini o il lavoro del tempo ha reso un elemento simbolico di una comunità” (Les lieux de mémoire, 3 voll., Gallimard, Paris 1984).
Nella ricerca dello storico francese, “luogo” non è necessariamente un punto del territorio, uno spazio percorribile, quanto un punto significativo, un precipitato di senso. Per Nora, lieu de mémoire va inteso in tutte le sfumature possibili: dall’oggetto materiale e concreto fino a quello astratto e intellettualmente costruito. Musei, monumenti, sacrari, archivi, ma anche personaggi, date, avvenimenti, simboli: lieu de mémoire è tutto ciò che ha un peso per l’identità collettiva di una comunità. Solo una successiva trasformazione del concetto porta a farlo intendere come luogo della memoria della violenza: la violenza e il trauma non sono un elemento necessario per la mappatura simbolica stabilita da Nora rispetto alla storia francese.

Davanti a Villa Emma si dovrebbe costruire allora un lieu de mémoire per sottolineare il portato simbolico di un luogo che fissi, sulla mappa europea, una storia di sangue risparmiato: la storia di un incontro, di una salvazione.