Possibili linee tematiche

Maria Laura Marescalchi

La vicenda dei ragazzi di Villa Emma, nell’intreccio della sua dimensione compiutamente europea con dinamiche fortemente locali, fa di Nonantola un luogo di memoria di estrema rilevanza. Qui si dà conto degli elementi che valgono a sostegno di tale tesi e che dovranno trovare rappresentazione nel futuro “memoriale”: le peculiarità della vicenda e la varietà dei paradigmi storiografici che tocca, nonché la qualità dei rapporti tra il gruppo e la comunità ospitante, premessa indispensabile del salvataggio. Si affronta poi il problema di come e dove dare un luogo a questa storia, entro coordinate spazio-temporali ampie, per una fruizione finalmente adeguata e connessa a una forma di memoria attiva.

La storia dei “ragazzi di Villa Emma” rinvia apparentemente a una dimensione locale, che porterebbe a indagare il rapporto nato fra il gruppo di ragazzi ebrei e la comunità nonantolana nell’arco di tempo che va dal 17 luglio 1942 alla metà di ottobre del 1943. È nelle dinamiche maturate a Nonantola che si colloca infatti l’evento centrale, il salvataggio. Ma, se vogliamo comprendere il senso di questa storia, le ragioni per cui vale la pena ricordarla e darle un luogo, dobbiamo collocarla in un tempo e in uno spazio molto più ampi e leggerla attraverso paradigmi storiografici europei: la seconda guerra mondiale, il nazismo, la Shoah, il sionismo, e altri ancora di cui diremo.

Già la ricostruzione di Klaus Voigt (Villa Emma. Ragazzi ebrei in fuga. 1940-1945, La Nuova Italia, Firenze 2002) la colloca nel periodo 1940-1945 e in un teatro europeo, dalla costituzione del primo gruppo, che ha una regia berlinese, alla fuga in Svizzera, fino all’immediato dopoguerra, con brevi cenni ai destini successivi dei membri del gruppo. Noi pensiamo che un “memoriale-centro di documentazione” dovrebbe prendere in considerazione un tempo ancora più lungo e chiamare in causa ulteriori paradigmi storiografici, che portino a indagare, per esempio, perché questo episodio non ha mai occupato un posto realmente significativo nella memoria della comunità.

Villa Emma si candida a luogo nazionale del salvataggio degli ebrei

La peculiarità della vicenda dei ragazzi di Villa Emma, nell’intreccio della sua dimensione compiutamente europea con dinamiche fortemente locali, rende Nonantola il luogo adatto ad ospitare un “memoriale-centro di documentazione” che diventi un riferimento nazionale in tal senso. Vediamo gli elementi che ci portano a sostenere ciò:

  • Il numero di salvati e salvatori: un gruppo di 73 ragazzi e ragazze con alcuni educatori al seguito aiutato in vario modo da un’intera comunità.

  • La dimensione internazionale del gruppo – peraltro entrato in territorio italiano con un visto ufficiale, in piena guerra – che pone in contatto livelli di consapevolezza diversi su quanto stava avvenendo in Europa.

  • Il periodo di permanenza di più di un anno, che offre la possibilità di ragionare sui rapporti che si sono stabiliti tra le due comunità, portatrici di esperienze tanto diverse, e sui modi dell’accoglienza e della convivenza.

  • La composizione del gruppo, che pone al centro una riflessione sui temi educativi e attiva collegamenti ramificati col mondo ebraico italiano, con la galassia sionista internazionale e con le reti di assistenza ebraiche italiane e internazionali.

  • L’esperienza di una comunità che compie un atto di resistenza civile, all’immediato indomani dell’8 settembre, atto che impronterà l’atteggiamento di alcuni dei protagonisti nei mesi a venire.

  • Il successivo e precoce riconoscimento da parte dei salvati, su impulso dei quali Yad Vashem ha individuato nei due principali aiutanti (Giuseppe Moreali e don Arrigo Beccari) due “Giusti tra le Nazioni”, riconoscimento successivamente allargato all’intera comunità dalla città di Haifa, dove molti degli ex ragazzi risiedono. Nonché il ritorno dei salvati e delle loro famiglie, a partire dalla metà degli anni ’90, per incontrare i salvatori.

Ciò permette al “memoriale-centro di documentazione” di porsi al centro di una rete di contatti con altri luoghi e altre storie, che si devono poter raggiungere virtualmente da qui.

Occorre ragionare sull’allestimento di un “memoriale-centro di documentazione” su almeno due livelli.

  1. Il contesto storico, il tema degli ebrei salvati e dei salvatori, delle reti di assistenza devono essere forniti mettendo a disposizione dei visitatori strumenti audiovisivi (per esempio un video prodotto ad hoc e/o il film di Aldo Zappalà – I ragazzi di Villa Emma: giovani ebrei in fuga, Rai educational/La storia siamo noi, Doc&Village, Fondazione Villa Emma, 2008 – per avere il racconto della storia) e multimediali (delle postazioni di computer, attraverso le quali poter navigare costruendosi un proprio individuale percorso, che risponda alle conoscenze e alle curiosità di ciascuno). La navigazione dovrebbe avvenire per nomi, per luoghi, forse per anni (mesi) e per una serie di eventi e temi, tra cui quelli richiamati sopra.

  2. Si deve poi pensare all’allestimento di un luogo “da visitare”, che però ritengo non debba raccontare in modo lineare la storia dei ragazzi (questa forma di narrazione funziona meglio affidata ad altri mezzi, v. punto 1), ma debba coinvolgere attivamente lo spettatore in un gioco di sguardi che riproponga quello analogo che ha avuto come protagonisti, tra il 1942 e il 1943, i ragazzi ebrei e i loro accompagnatori da un lato, la popolazione di Nonantola dall’altro, ma anche, per es., l’ebraismo italiano. La visita del luogo dovrebbe essere programmaticamente parziale, un viaggio in cui ognuno segue le tracce di ciò che più lo incuriosisce o che più sente affine, come è avvenuto nell’incontro tra i ragazzi ebrei e i nonantolani allora.

  3. Ci deve poi essere un ulteriore livello, che però non ha più a che fare con la visita, ma con la ricerca, e deve ‘espandere’ i temi del punto 1 a documenti e pubblicazioni conservati in loco, archivi, biblioteche, risorse in rete, ecc.

Il tempo rappresentato

Il tempo preso in considerazione dal “memoriale-centro di documentazione” dev’essere più lungo del periodo di permanenza e anche più lungo dell’intero viaggio dei ragazzi.

Il gruppo di profughi ha un prima e un dopo, fili che attraversano Nonantola e lì si incrociano per poi andare oltre, così come il luogo Villa Emma e Nonantola e i suoi abitanti hanno un prima e un dopo, scanditi dalla vicenda dell’ospitalità e dell’aiuto ai ragazzi.

  • Il prima ha formato le persone che si sono incontrate e hanno agito e interagito in un certo modo. Nel dopo ha senso cercare i segni lasciati da quell’incontro. Perciò ai visitatori si dovrebbero fornire testimonianze orali, documenti, foto, oggetti, che permettano di ricostruire per frammenti (prevedendo sempre la collaborazione di un visitatore attivo) alcune biografie integrali che si trovano in tensione tra loro, che si riconoscono nell’altro o si respingono. Senza dimenticare che per due persone c’è un prima senza un dopo: si tratta dei due sommersi, Salomon Papo e Goffredo Pacifici.

    Credo che sarebbe opportuno indirizzare in questo senso una parte dell’attività di ricerca della Fondazione.

  • Giocare su tempi più lunghi implica anche considerare il periodo, nell’immediato dopoguerra, in cui Villa Emma diventa nuovamente un’achsciarà che accoglie ebrei sopravvissuti, in attesa di imbarcarsi per la Palestina.

    Anche in questo caso, si potrebbe pensare a una possibile rete con luoghi e storie analoghe (Sciesopoli di Selvino, per es.), tenendo come filo conduttore l’educazione sionista, ma anche il tema della resilienza, delle strategie di educazione psicologica per riadattarsi alla vita. Vale per chi torna dai campi, ma anche per il gruppo dei ragazzi in fuga, gran parte dei quali sapeva che non avrebbe più rivisto la propria famiglia; anche loro sono scampati alla morte.

  • Giocare su tempi più lunghi implica anche interrogarsi sulla mancata presenza della vicenda Villa Emma nella costruzione della memoria locale: mostrare come la vicenda si colloca rispetto ai lunghi mesi della guerra civile, che finiscono in parte per schiacciarla facendola dimenticare, in parte per fonderla con altre storie di resistenza (e qui si possono richiamare i paradigmi storiografici emersi dal dibattito più recente, che ci aiutano ad uscire dal modello della resistenza armata, all’inizio dominante).

    Credo sia importante (a proposito di biografie integrali) ripercorrere il ruolo nella comunità di don Beccari e di Moreali nel dopoguerra.

  • La storia dei ragazzi di Villa Emma è la storia di un salvataggio, ma prima di quello la storia ci parla di accoglienza e di solidarietà (ricevuta e anche agita attraverso la collaborazione con la Delasem); questo ci permette di connettere la vicenda di Villa Emma al presente di Nonantola e dell’Italia come luoghi di immigrazione.

    Del resto, l’impegno di connettere quel passato al presente rientra nello statuto della Fondazione.

Dare un luogo alla storia

La storia dei ragazzi di Villa Emma non può essere presentata/rappresentata nel luogo da cui prende il nome: la villa esiste ancora, ma appartiene a privati e noi, salvo rari casi, la possiamo soltanto guardare dall’esterno.
D’altra parte, il luogo di questa storia va oltre i muri della villa e coinvolge l’intero paese: luoghi che ci sono noti, altri che non sono stati identificati. Per tenere in vita questa storia è importante che ci sia un luogo fisico dove collocare un allestimento e tutto quanto serve ad accogliere dei visitatori, senza però sottovalutare il fatto che la storia stessa è un luogo della memoria, così come anche ogni visitatore, a suo modo, lo è, a patto che si trovi il modo di fargli attraversare la storia.
Nel pensare a come dare un luogo a questa storia, possiamo immaginare una progettazione modulare, che deve inevitabilmente fare i conti con l’incertezza delle risorse.

L’elenco che segue procede dalla sistemazione della struttura più probabile a quella di più difficile realizzazione. L’insieme mostra ciò che risponderebbe pienamente agli scopi statutari della Fondazione; la progressione parte dalle strutture minime in grado di accogliere il visitatore che voglia “andare a Villa Emma”.

Nel centro di Nonantola*

Palazzo della Partecipanza, Residenza Vecchia (Ala del pozzo): uffici della Fondazione, archivio, centro di documentazione e ricerca; in mancanza di altre strutture, uno spazio, per quanto esiguo, va destinato a un allestimento per i visitatori: strumenti multimediali e audiovisivi, almeno un piccolo allestimento che proponga l’incrocio di sguardi e le vite in tensione di cui si parlava.

Esterni: si deve collocare un segno sui luoghi coinvolti nella storia e, posto che il nucleo della Fondazione è nel centro del paese, si dovrebbe pensare a qualcosa di simile a un sentiero di collegamento che conduca dal centro alla villa.

Davanti a Villa Emma, in località Prato Galli

  • Casale 1: potendo disporre del più piccolo dei due casali di proprietà della Fondazione, posti di fronte a Villa Emma, si potrebbe far proseguire (o interamente collocare qui) l’allestimento dedicato all’incrocio di sguardi e alle vite in tensione.

  • Casale 2: potendo disporre anche del più grande dei due casali di proprietà della Fondazione, lo si potrebbe trasformare in un centro per riflettere sulla condizione di bambini e ragazzi nelle migrazioni attuali, nel riverbero dell’esperienza di accoglienza del 1942-43. Questo permetterebbe di attivare una collaborazione con alcune associazioni presenti sul territorio, legando strettamente, ma non in modo strumentale, l’esperienza passata al presente, realizzando così una forma di memoria attiva.

* N.b.: qui si fa riferimento ad una fase della ricerca che vedeva l’organizzazione complessiva di un dispositivo memoriale distribuito tra il centro di Nonantola (dove ha sede il Palazzo della Partecipanza Agraria) e Prato Galli, posto davanti a Villa Emma, dove si trovano i due casali. La nostra elaborazione attuale tende invece a ‘concentrare’ davanti a Villa Emma il complesso memoriale e gli uffici della Fondazione, e ad avviare da qui una miriade di segnature e di itinerari artistici che restituiscano l’immagine e la dimensione dell’incontro tra la comunità locale e il gruppo di giovani ebrei, dai momenti delle frequentazioni durate più di un anno alle fasi concitate dei nascondimenti e della fuga in Svizzera.