Resoconto del convegno

«Abbiamo bisogno di un progetto coraggioso ed eretico, così come coraggiosi ed eretici sono stati il dottor Moreali e don Beccari nel 1943». Con queste parole, Stefano Vaccari, presidente della Fondazione Villa Emma, ha chiuso i lavori della tre-giorni nonantolana durante i quali è stato annunciato il bando di concorso per architetti e artisti, che, a dodici anni dalla sua nascita, darà finalmente alla Fondazione Villa Emma una sede e un luogo – situato nell’area di Prato Galli, giusto di fronte alla villa – cui affidare il racconto della storia dei ragazzi ebrei salvati dalla comunità nonantolana. Le linee-guida del bando, che sarà pubblicato nel prossimo autunno, sono state enucleate da Carla Di Francesco del MiBACT, che ne seguirà l’iter assieme ai rappresentanti della Fondazione a all’Ordine degli Architetti.

Fausto Ciuffi, Alberto Cavaglion

Fausto Ciuffi, Alberto Cavaglion

Fausto Ciuffi, direttore della Fondazione, con il gruppo di lavoro che lo accompagna da tempo, ha riunito studiosi e studiose italiani e stranieri, provenienti da diversi ambiti disciplinari, per aggiungere un ultimo tassello a una discussione che si è articolata in convegni e seminari, nell’arco degli ultimi tre anni.

Il convegno si è aperto il 17 pomeriggio con una panoramica storica sulla vicenda dei ragazzi di Villa Emma e sul più ampio contesto della seconda guerra mondiale (M. Laura Marescalchi e Costantino Di Sante), cui è seguito un dialogo tra Maria Bacchi e Bruno Maida su quali coordinate privilegiare per la costruzione di un memoriale che rappresenti una storia di ragazzi e ragazze coinvolti in quel conflitto. Ne è emersa una vicenda di portata europea, da leggere alla luce di categorie storiografiche ampie, dotandosi di particolari cautele metodologiche per affrontare il racconto di un gruppo così vario per età (comprendeva infatti bambine, bambini, adolescenti e giovani, dai 6 ai 21 anni), senza dimenticare la profondità della frattura che l’esperienza della guerra produce nelle esistenze dei più giovani.

Maria Laura Marescalchi

Maria Laura Marescalchi

Il tema è stato ripreso anche l’indomani nella relazione di Nicholas Stargardt, accompagnata da interessanti filmati e immagini d’epoca. Maida ha poi richiamato l’attenzione sulla situazione di particolare incertezza nelle settimane tra l’8 settembre e il 30 novembre 1943 (data della famigerata Circolare n. 5 che prevedeva l’internamento di tutti gli ebrei), tanto che «la cosa straordinaria della vicenda dei ragazzi di Villa Emma è che ci si sia posti così presto la questione della salvezza». Del resto, allora e dopo, «la maggior parte degli ebrei che hanno potuto mantenere un minimo di rete sociale si sono salvati», e questo è esattamente il caso del gruppo di Villa Emma che, fin dal suo arrivo, aveva intessuto relazioni con la popolazione locale. A riprova di ciò, quelli che Bacchi chiama pietre di inciampo in una storia a lieto fine, Goffredo Pacifici e il giovane Salomon Papo, inghiottiti dalla Shoah, sono stati catturati lontano da Nonantola.

La prima giornata del convegno ha avuto un’appendice serale con gli interventi di Mostafa El Ayoubi, Anna Brambilla e Luigi Monti, dedicata alle migrazioni e ai progetti di accoglienza di oggi – questione che fin dal suo nascere la Fondazione ha ritenuto di dover tenere in una costante tensione dialettica con la storia di accoglienza e solidarietà del passato di cui più specificamente si occupa – e terminata con la presentazione del libro L’età del transito e del conflitto. Bambini e adolescenti tra guerre e dopoguerra, curato da Maria Bacchi e Nella Roveri per il Mulino; la ricerca mette a tema i fili che collegano le vicissitudini dei ragazzi ebrei salvati a Villa Emma con quelle dei bambini e degli adolescenti che arrivano oggi sulle sponde del Mediterraneo.

Costantino Di Sante

Costantino Di Sante

La seconda giornata, aperta da Anna Allesina, presidente dell’Ordine degli Architetti di Modena (che collabora alla definizione del bando di concorso), ha trovato (dopo l’indicazione di alcune possibili ulteriori prospettive per la ricerca storica secondo Klaus Voigt, autore di Villa Emma. Ragazzi ebrei in fuga. 1940-1945) un riferimento ineludibile per la conoscenza della vicenda di Villa Emma in una delle relazioni più dense e forse più utili a rendere il senso di complessità che il futuro luogo per la memoria dovrà saper comunicare: quella di Guido Pisi, che, prendendo spunto dall’universo concettuale di Michel Foucault e di Gilles Deleuze, l’ha presentato come un dispositivo di memoria, «una matassa composta di linee di natura diversa, linee che mettono in luce luoghi e persone», proponendo una rappresentazione che non ponga il visitatore in un rapporto contemplativo con un oggetto dato, come avviene tradizionalmente nei musei, ma che gli consenta un attraversamento consapevole dei luoghi.

Anna Brambilla, Luigi Monti, Mostafa El Ayoubi

Anna Brambilla, Luigi Monti, Mostafa El Ayoubi

Uno dei nodi più forti di tale dispositivo dovranno essere le narrazioni dei testimoni (il mythos), di cui ci ha fornito diversi esempi volti ad illustrare lo scarto tra le parole del fascismo e le pratiche discorsive dei nonantolani, il loro senso comune sottratto alla propaganda, che ha permesso di sviluppare nei confronti del gruppo di Villa Emma un sentimento empatico vincente sui rapporti di forza stabiliti. La collaborazione, fatta di ideazione e scrittura, tra Guido Pisi e Fausto Ciuffi, che ha già prodotto il saggio Nonantola. Un luogo a questa storia, si è articolata nel corso della mattinata nella presentazione di un paio di modelli di rappresentazione ai quali potersi ispirare in futuro.

Il dispositivo come figura fondamentale della progettazione è stato ripreso più tardi da Stefano Levi Della Torre, che, insieme ad Anna Bravo, aveva il compito di tematizzare la categoria di «storia del bene» in cui la vicenda di Villa Emma in gran parte si situa. Entrambi hanno sottolineato il pericolo della tentazione del bene, della «santificazione» dei salvatori, cara ai media, a cui questa storia potrebbe dare adito, se se ne perdesse di vista la complessità.

Maria Bacchi, Nella Roveri

Maria Bacchi, Nella Roveri

Levi Della Torre ha poi indicato due fili della matassa (seguendo la felice metafora deleuziana) che, a suo giudizio, il dispositivo di Villa Emma non potrà non declinare in qualche forma: quello dell’accoglienza, che necessariamente porta al presente di Lampedusa; quello del sionismo, che dovrà portarci a riflettere su cosa accade oggi in Israele.

L’idea di un luogo che presenti «risorse utili per il futuro», pur ponendo estrema attenzione a non creare un appiattimento sull’attualità, è emersa dall’intervento di Daniele Jalla, che ha richiamato la Convenzione di Faro (2005), il cui art. 2 definisce le «comunità di eredità», costituite da «insiemi di persone che attribuiscono valore a degli aspetti specifici dell’eredità culturale, che desiderano, nell’ambito di un’azione pubblica, sostenere e trasmettere alle generazioni future», dunque l’esigenza europea di una costruzione di memoria partecipata. Il problema, qui, è: qual è la comunità di riferimento? Quella locale, quella nazionale, o internazionale? La complessità della storia, emersa fin dalla prima relazione, invita a una riflessione su questo punto.

Maria Bacchi, Bruno Maida

Maria Bacchi, Bruno Maida

Nel nostro caso, inoltre, il dispositivo delineato da Pisi si avvicina, più che a un monumento o a un museo, a un centro di interpretazione, «un certo tipo di struttura che, anziché valorizzare una collezione di oggetti, valorizza un tema (la salvezza) e un contesto (Nonantola)». Il progetto architettonico che porterà alla realizzazione dell’edificio dovrebbe, secondo Jalla, nascere dall’interno, intorno all’esigenza ben precisa di mediare saperi, memorie, vissuti, sapendo che l’interprete sarà il pubblico. La storia dovrebbe essere tradotta in quattro o cinque unità cronologiche focalizzate su pochi valori fondamentali: lo scarto tra l’immagine dell’Italia fascista e la realtà della popolazione nonantolana; la scelta; il rischio. Tutti gli altri elementi e valori della vicenda dovrebbero essere demandati ad approfondimenti facoltativi.

Ciuffi ha poi presentato le principali diramazioni funzionali di cui il nuovo edificio non potrà fare a meno: uno spazio di accoglienza per gruppi; uno spazio espositivo che racconti la storia; uno spazio operativo per gli uffici della Fondazione; uno spazio-archivio per documentare il passato e il versante del presente che decideremo di fare oggetto della nostra riflessione; infine uno spazio modulare rivolto a visitatori che vorranno fermarsi per approfondire temi (tale questione, insieme alla necessità di dover strutturare visite formative al luogo, è stata affrontata nell’intervento di Carlo Greppi), e che dovrà essere anche in grado di ospitare le associazioni del territorio impegnate su tematiche coerenti al progetto, soprattutto sul versante delle migrazioni attuali. Tutti aspetti che troveranno una più precisa definizione nel bando di concorso.

Fausto Ciuffi, Klaus Voigt

Fausto Ciuffi, Klaus Voigt

L’ultima giornata è stata dedicata alla delineazione di una serie di scenari di costruzione della memoria, a cominciare dall’intervento di Asher Salah, che ha portato lo sguardo israeliano sulla Shoah e sulla figura del Giusto. Il titolo, conferito su segnalazione dei salvati alle due figure-chiave della vicenda di Villa Emma, don Beccari e il Giuseppe Moreali, è stato istituito da Yad Vashem, che, proprio nel momento in cui si costituiva per serbare memoria di eventi così traumatici, ha scelto di destinare uno spazio anche alla memoria dei salvatori. Salah ha evidenziato i non pochi aspetti problematici della questione e, in un’interessante panoramica della cinematografia israeliana sul tema, ha sorpreso il pubblico rivelando che, dei circa 800 lungometraggi di fiction prodotti dal 1945 ad oggi da lui analizzati, in nessuno appare un Giusto tra le Nazioni. Segno che la «schindlerizzazione» della cinematografia europea e statunitense dell’ultimo periodo non trova riscontro nel paese che ha costruito il paradigma stesso del Giusto, anche se dagli anni Novanta anche qui si registra un crescendo esponenziale di riconoscimenti.

Elena Pirazzoli e Adachiara Zevi, infine, hanno toccato il versante delle realizzazioni architettoniche, presentando rispettivamente il paesaggio memoriale dell’Emilia-Romagna, al cui interno si dovrà collocare la traduzione materiale del dispositivo oggetto del convegno, e una carrellata su musei e memoriali esemplari, in grado di fornire riferimenti utili a chi deciderà di partecipare al concorso, fosse anche per prenderne le distanze. Un elemento comune, che segna l’entità della sfida proposta, è che si tratta invariabilmente di luoghi o monumenti che ricordano le tragedie che hanno costellato il XX secolo. Mentre, nel nostro caso, si tratterà di dare forma a una storia di segno diverso, che non annovera molti precedenti.

Carlo Greppi, Fabio Levi

Carlo Greppi, Fabio Levi

Nella nostra regione, da Marzabotto/Monte Sole a Monchio, da Casa Cervi a Fossoli (luogo della deportazione e vero contraltare di Villa Emma), fino ad arrivare alle stragi degli anni Settanta, troviamo stratificazioni, problemi di conservazione, dislocazioni, conflitti di memoria, oblii. Il più clamoroso: la ferita ancora aperta della strage alla stazione di Bologna ‘occultata’ da un improbabile monumento alla Shoah di recentissima realizzazione.

Il Museo per la Memoria di Ustica ci offre invece l’occasione per riflettere sulla preposizione che collega le polarità di alcuni termini chiave: luogo della memoria o luogo per la memoria? La seconda definizione ci sembra più confacente al nostro dispositivo, come sottolinea Ciuffi insistendo sulla caratura metodologica della scelta.

Zevi si sofferma sul panorama memoriale della Germania, misurandosi con le realizzazioni rivolte ai carnefici: forme pure e asettiche spesso s’impongono nella rappresentazione. Distanza, astrazione, vuoto sono anche la cifra dell’opera del canadese Robert Jan van Pelt, The Evidence Room, selezionata per la Biennale di Venezia di quest’anno: tre frammenti di camera a gas richiamano l’esperienza da lui compiuta durante il processo contro il negazionista David Irving. L’opera – con la sua rarefazione e impersonalità – non produce immediata evidenza dell’orrore, ma lascia al visitatore la libertà di avvicinarsi al tema nei tempi e nei modi che ritiene più opportuni.

Tornando a noi: come dotare di senso l’area anonima di Prato Galli?

Si può trasformarla in un luogo di pregio, quasi sfidando il bell’edificio di Villa Emma, oppure mantenerlo anonimo, quasi un parassita nei confronti della costruzione che ha davanti, come nei casi illustrati nella rassegna Arteinmemoria sul sito che ospita le rovine della sinagoga di Ostia Antica. Il discorso passa poi alla definizione (James Young) di contromonumento: Horst Hoheisel o Jochen Gerz, nel loro gioco di rendere visibile l’assenza.

Micaela Procaccia, Elena Pirazzoli

Micaela Procaccia, Elena Pirazzoli

Ma il nostro dilemma è: ha senso ricorrere all’assenza per significare una storia a lieto fine? Quella del decostruttivismo potrebbe rappresentare una terza via. Rispetto all’intero privilegia il frammento, e anche in questo caso si potrebbe parlare di parassitismo, inteso come innesto violento del nuovo nell’esistente: l’esempio più eloquente è il Museo ebraico di Libeskind a Berlino, fatto di continuità e fratture per rendere visibile l’invisibilità della relazione tra ebrei-tedeschi e Berlino. Per Libeskind la memoria non va aggiunta all’edificio, ma ne è parte integrante. L’architettura non è un contenitore neutro della storia, ma la racconta. Essa stessa è parte del museo. Del resto, come mostrano anche le immagini di Yad Vashem, non esiste modo univoco per raccontare la stessa storia, molto dipende dalla religione civile di un Paese.

Micaela Procaccia, Benedetta Donati, Adachiara Zevi

Micaela Procaccia, Benedetta Donati, Adachiara Zevi

Restano poi i luoghi del nascondimento, che nel momento più drammatico offrono riparo salvifico ai ragazzi di Villa Emma. Come segnalarli? Come metterli in rete?

Forse qualcosa come le Stolpersteine potrà ricostruire una mappa della memoria, un luogo diffuso e policentrico, che rappresenti transito e passaggio. Un’esperienza da vivere, come accade nel memoriale di Eisenman a Berlino. Un progetto coraggioso e eretico, parole che Stefano Vaccari non ha mancato di cogliere come un viatico alla nuova fase di vita della Fondazione Villa Emma che si è aperta in questi giorni.


Gli interventi in video costituiscono un’anticipazione alla pubblicazione (in italiano e in inglese) di tutte le conferenze che avverrà nel prossimo mese di settembre.